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Intervento del Presidente Mattarella al Teatro alla Scala di Milano

PRESIDENZA DELLA REPUBBLICA ITALIANA QUIRINALE 7 dicembre 2018

Prima alla Scala di Milano: 15 minuti di applausi per Attila

EURONEWS 8 dicembre 2018

Trionfa «L’Attila» meno barbaro e più fashion e kolossal mai visto

Trionfa “Attila” alla Scala, con la direzione di Riccardo Chailly e la regia di Davide Livermore. Ed è l’”Attila” meno barbaro e più fashion, più cinematografico e kolossal mai visto. Questo 7 dicembre passerà alla storia per la monumentalità visiva, la drammaticità, l'incalzare degli effetti spettacolari che trasformano il palcoscenico milanese in un contenitore in continua espansione: ponti, lunette di Raffaello che diventano vere, due cavalli mai visti di tanto docili, pareti gigantesche con iscrizioni latine che salgono e scendono, e poi proiezioni, che non si devono chiamare proiezioni perché scavalcano e vanno oltre tutti gli effetti video mai sperimentati. Questa rivisitazione dell'Unno, tradotta e umanizzata da Verdi, fa davvero intorno a sé terra bruciata.

Persino il pubblico per antonomasia distratto del 7 dicembre non può che rimanerne folgorato: vuoi per la miriade di effetti speciali - dalle pareti che si sciolgono ai ponti che si dividono a metà, come a Genova - vuoi perché il basso Ildar Abdrazakov è un protagonista dal sex-appeal da divo del cinema: entra a cavallo, montato con sicurezza (e con discesa da fantino provetto) e conclude struggente, sulla sedia di pelle piroettante, con macchia rossa sulla camicia, sempre impeccabile, all'altezza del cuore.

Conquista e seduce. Ha insuperabile presenza scenica. Dice le parole del canto con profondità e significato. Forse in taluni momenti restituisce l'impressione di un registro grave non così possente, e ad esempio nel concertato finale del primo atto, la sua frase ribelle e fiera stenta a sentirsi, nel gran bailamme. Ma è l'Attila più modello Armani che si possa immaginare, ideale per Milano (e non solo).

Una piacevole sorpresa risulta l'Odabella di Saioa Hernandez, che sfida la doppietta del debutto alla Scala e sull'inaugurazione, in un ruolo da pantera del canto: le sue due Arie escono smaglianti, sicure, con un colore pieno in tutto il registro, affondi compresi. Veste anche bene i costumi di Luca Falaschi, che la trasformano in femme-fatale, scollata e provocante, anche più sexy delle molte comparse nel festino sado-maso (citazioni dalla Cavani, “Portiere di notte”) che fa da sfondo a secondo e terzo atto. Totalmente privo di “physique du role” è invece il tenore Fabio Sartori. Ma non è una novità, anche se la giacca da gita in montagna decisamente lo migliora. Ma la novità è il suo canto smagliante, il timbro netto, purissimo, la sicurezza negli acuti, la bellezza di un senso melodico impeccabile. Forse è lui, Foresto, la voce in assoluto più verdiana e più toccante della serata. Pur se il lirismo gentile dell'ambiguo generale romano, il Baritono Ezio, affidato a George Petean, possiede un debito grado di bellezza, con la Romanza dedicata che lo esalta.

Massiccio e tornito suona il giovane Verdi di Riccardo Chailly. Controcorrente rispetto al piglio irruente, ai contrasti, alla velocità mozzafiato delle consuete cabalette, il suo “Attila” ha da subito un peso che lo ancora a terra: nel Preludio enfatizza le linee scure d'orchestra, negli accompagnamenti certa ripetitività granitica dei disegni ritmici, nello stacco delle sezioni rapide scala prudente la marcia. Inspiegabile la scelta di tenere sempre la buca del suggeritore, a un 7 dicembre, e in uno spettacolo visivamente tanto definito, come un film sui simboli delle dittature nel Novecento. E col Coro dai begli impasti, appassionato, ma non immacolato negli appiombi.

Due piccole osservazioni finali: due interrogativi che lasciamo aperti, dopo una produzione tanto monumentale e ad alto tasso di emotività. Il primo è sul finale dello spettacolo, quando la scena da Berlino nazismo anni Quaranta rimane vuota, caduti i ponti, le pareti, e si potrebbe fare teatro puro, ancora ritorna quel breve filmato della bambina Odabella, con la faccina straziata di fronte alla morte del padre ucciso da Attila. È un frammento che abbiamo già visto. Già ci ha adeguatamente commosso. Non era il caso di ripeterlo, sciupandolo come una didascalia, a giustificare lei che accoltella lui. Via le spiegazioni, troppe non servono. Ad esempio non serve il rosso che inonda tutta la vetrata in scena quando ascoltiamo le fatidiche cinque battute rossiniane aggiunte. Rosso-Rossini è un ammicco spiritoso. Ma in tanta carneficina, nel'”Attila” con più pistole e morti mai visti, sorridere da spettatori riesce difficile.

Mentre sì, possono sorridere felici le casse del Teatro milanese: l'incasso di questo 7 dicembre, con 1888 spettatori in sala, ha raggiunto la bella cifra totale di 2 milioni e 532.701 euro.

IL SOLE 24 ORE by Carla Moreni, 7 dicembre 2018

L’Attila di Chailly e Livermore trionfa alla Prima della Scala

Ovazione per i protagonisti e per il presidente Mattarella

Milano, 7 dic. (askanews) – Ha ottenuto un grande successo l’Attila di Giuseppe Verdi con cui il Teatro alla Scala di Milano ha dato il via stasera alla sua nuova stagione lirica di fronte al capo dello Stato, Sergio Mattarella, accolto alla sua prima Prima da una vera e propria (e del tutto inedita) ovazione durata quasi tre minuti. I 14 minuti di applausi del pubblico sono il tributo ad un’opera “dimenticata” per troppi anni dopo i fasti risorgimentali, e al suo autore 33enne, ritenuto finalmente non solo moderno e controcorrente ma anche già pienamente maturo. Ma anche un nuovo riconoscimento alla validità del percorso di riscoperta del repertorio italiano meno prevedibile e immediato intrapreso fin dal 2015 dal direttore musicale Riccardo Chailly e dal sovrintendente Alexander Pereira. Il coraggioso dramma che ruota attorno al sanguinario conquistatore straniero che tutti vogliono morto e che si trasforma in un esempio di virtù e morale di fronte ad un generale romano pronto a svendere il suo popolo, è tornato questa sera in tutta la sua complessità, con un’orchestra, un coro e dei solisti che ne hanno esaltato le raffinate invenzioni melodiche e il pathos costruito sui chiaroscuri. Con una regia, delle scene e dei costumi che hanno perfettamente restituito e amplificato le tinte scure e introspettive di un dramma umano, sociale e politico, che si sviluppa tra naturale e soprannaturale. Il cupo Novecento distopico immaginato da Davide Livermore è di enorme impatto visivo ed emotivo, e il suo essere sospeso ne moltiplica la forza evocativa, ne evidenzia l’inquietudine, ne sottolinea l’attualità da incubo. Bellissime le scene firmate da Giò Forma (in cui si integrano i video di D-Wok a tratti visionari, a tratti didascalici, raramente un po’ “facili”) e i costumi di Gianluca Falaschi, entrambi che si fanno ora quadro, ora film, ora fumetto, magnificamente illuminati da Antonio Castro. Il basso baschiro Ildar Abdrazakov (alla sua terza Prima scaligera) è un grande Attila, chiamato a restituirne tanto il leggendario impeto che le ombre fatte di paura e dubbio. Come l’ossessione per la vendetta di una controversa Odabella ben resa dalla soprano spagnola Saioa Hernandez al suo debutto al Piermarini. Bene anche il solido tenore trevigiano Fabio Sartori, una certezza nella parte di “Foresto”, il baritono romeno George Petean nelle vesti di Ezio, Francesco Pittari “Uldino” e Gianluca Buratto l’autorevole “Papa Leone”. Come accadde per Giovanna d’Arco, Madama Butterfly e Andrea Chénier, anche a questo Attila non manca nulla e francamente poco importa se qualche scena sia stata tagliata o modificata rispetto al progetto originario: una provocazione o un presunto “scandalo” l’avrebbero soltanto indebolita. Ha probabilmente ragione Chailly nel dire che l’opera è una macchina complessa e un continuo “work in progress” concepito e finalizzato per restituire al pubblico l’idea e il lavoro del compositore. Anche per questo, il 65enne direttore milanese ha voluto completare l’opera con la romanza “‘O dolore” che Verdi scrisse per “Foresto” per la Prima scaligera del dicembre 1846, e delle cinque battute che Gioacchino Rossini ha inserito prima del terzetto del terzo atto. Nel palco reale, agghindato con un tripudio di rose dai colori autunnali offerto dagli stilisti Dolce & Gabbana, con il presidente della Repubblica, hanno assistito all’opera il vicepresidente della Corte Costituzionale, Marta Cattabia, la presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati e il ministro della Cultura, Alberto Bonisoli che dopo il primo atto ha lasciato il teatro per andare a continuare a seguire l’opera proiettata nel carcere di San Vittore. In platea il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, che ha incrociato il suo predecessore Pier Carlo Padoan con cui si è intrattenuto per qualche minuto. Durante l’intervallo, Mattarella si è recato a salutare e a fare i complimenti a Chailly e i cantanti, spiegando che l’opera gli è piaciuta molto. Come già successo negli ultimi anni, anche a questa Prima si è respirata poca mondanità e, tranne pochi, esibiti, eccessi, il pubblico si è distinto per un’elegante sobrietà. Va sottolineato infine il grande lavoro della Rai che è riuscito ad offrire ai telespettatori in diretta sulla rete ammiraglia persino i cambi di scena tra un atto e l’altro, riuscendo a posticipare persino la messa in onda del telegiornale.

ASKANEWS.IT, 7 dicembre 2018

Prima della Scala. Viva Verdi: trionfa l'Attila politico di Chailly e Livermore

L'ovazione è Mattarella è stata la vera ouverture dell'opera. La regia, dal taglio cinematografico, sposta ai tempi della Resistenza, ma è nella direzione di Chailly dove esplode tutta la tragedia

Un Attila politico quello che oggi ha aperto la nuova stagione del Teatro alla Scala. Un Attila ai tempi della resistenza. Perché ha questo sapore il lungo applauso che ha salutato l'ingresso in palco reale del capo dello Stato Sergio Mattarella prima di un Inno di Mameli sussurrato a mezza voce da chi sembra chiedere all'Italia di (ri)destarsi. Un attimo e tocca a Giuseppe Verdi, che corre veloce verso il tragico finale. In mano, stretta in un pugno, la bandiera italiana: Odabella ha dato il colpo di grazia ad Attila, legato a una poltrona, torturato, sgozzato e poi scaraventato a terra, nemico vinto al quale non è concessa la pietà. Una donna che combatte, vestita come in una foto sbiadita che ti guarda da un sacrario della lotta partigiana.

Per Davide Livermore, infatti, Odabella ha il viso e il piglio forte di una staffetta partigiana. Nome in codice Odabella, ci potrebbe stare. Perché il regista porta negli anni Quaranta del Novecento, ai tempi della Resistenza appunto, le vicende di Attila, l’opera di Giuseppe Verdi che ieri sera ha aperto la nuova stagione lirica milanese con Riccardo Chailly sul podio. Quattordici minuti di applausi, foto per tutti, ma anche dissenso per Livermore.

Attila da sempre evoca altre invasioni. Lo fa grazie a Verdi capace di raccontare attraverso una vicenda del quinto secolo, quella del re degli Unni appunto, qualcosa di noi. Di chi siamo e da dove veniamo. Valore imprescindibile della memoria. Che Livermore associa alla resistenza partigiana. Inizia tutto dal nulla. Il palco vuoto, sul grande ledwall macerie di edifici post industriali. Poi la memoria inizia a disegnare i contorni della storia.

Dai sotterranei del palco si materializza la scenografia: un ponte di ferro e pietra diroccato. “Urli, rapine, gemiti, sangue, stupri, rovine e stragi e fuoco”. C’è tutto sulla scena che si affolla di un’umanità oppressa, quella dell’Italia della Seconda guerra mondiale: camionette della polizia, fucilazioni di piazza raccontano quello che "d’Attila è giuoco". E un grande videogame della storia è la regia di Livermore che ricostruisce come in un cinegiornale - costumi filologici di Gianluca Falsachi - le atmosfere dell’epoca. Racconta come in un film alla Roma città aperta la storia di Odabella che vuole vendicare il padre ucciso da Attila. Punto di partenza del libretto che Livermore rievoca in un flusso di memoria dove le scene – disegnate dallo studio Giò Forma tra frammenti di edifici e video – si susseguono in dissolvenza.

Un kolossal pieno di immagini ad effetto quello di Livermore, pensato e realizzato in formato tv per rendere il più appetibile possibile la diretta su Rai 1. Scene corali tecnicamente ben congegnate. A volte anche toccanti. Come lo sbarco dopo la tempesta dei profughi di Aquileia che portano gli arredi di una chiesa salvati alla barbarie per ricostruire anche in esilio un luogo in cui tutti si ritrovino perché il naufragio della vita, sembra dire Verdi, è quello che ti fa perdere i punti di riferimento. Come il sogno di Attila al quale appare Papa Leone: l’affresco dello storico incontro dipinto da Raffaello nelle Stanze Vaticane appare prima in una proiezione in bianco e nero e poi in una sorta di grande 3D colorato. Altre meno riuscite. Come a festa di nozze in un capannone (travestimento, ma nessun nudo e niente statua della Madonna gettata a terra).

Tutte, però, rischiano di rimanere in superficie, con un’estetica dei movimenti vecchio stile. Rischio che non corre Riccardo Chailly che crede nel Verdi giovanile, lo concerta solenne e ieratico. Nuovo. La lettura del direttore milanese arriva con una morbidezza e una cantabilità che mostrano la raffinatezza di una scrittura che anticipa i grandi capolavori verdiani che verranno.

Arrivano anche le cinque battute scritte da Rossini come introduzione al terzetto che prelude al tragico finale: l’azione si ferma e una luce rossa illumina il palco. Hanno in sé quegli squarci di morte di cui tutto il racconto musicale è contrappuntato, accompagnato da una lenta e inesorabile marcia funebre. Che inghiotte tutti i personaggi.

In orchestra e in scena il bianco e nero, il color seppia delle foto d’epoca per raccontare le fragilità di Attila che Ildar Abdrazakov (applauditissimo già dal primo atto) scolpisce con una parola che si fa teatro; la risolutezza di Odabella, affidata alla voce piena e affascinante di Saioa Hernández, temperamento e musicalità perfette per il personaggio chiave dell’opera; il patriottismo di Foresto al quale Fabio Sartori offre il suo squillo capace di piegarsi all’emozione; la meschinità politica di Ezio che ha il carattere vocale e scenico di George Petean.

Tutti armati contro tutti. Personaggi che escono a pezzi. Perché lo spettacolo di Livermore, come l’applauso a Mattarella, è politico, forse non revisionista nel senso storiografico del termine, ma certo critico con un capitolo della storia d’Italia sul quale non si è fatto ancora pace. Alla fine si compie una strage: i dissoluti della festa di Attila vengono trucidati dai partigiani, Odabella, Foresto e Ezio torturano il re, lo legano a una poltrona, lo feriscono prima del colpo finale della donna mentre sullo schermo torna, inquietante, il volto del padre morto. Finisce nel nulla Attila. Chi ha combattuto guarda lontano, verso lo schermo. Dove non ci sono più immagini, ma un chiarore che, però, non abbaglia. Inquieta nella sua freddezza. Vuoto. Come la sensazione che, messaggio politico di Verdi, lascia la vendetta.

 

AVVENIRE by Pierachille Dolfini, 7 dicembre 2018